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A qualche settimana dall’evento di inaugurazione del santuario di Sotto il Monte, è tempo di alcune riflessioni e qualche bilancio. La scelta della diocesi di elevare il complesso delle chiesa parrocchiale Nostra Signora della Pace, della cripta Oboedientia et Pax e del Giardino della Pace, a Santuario, è innanzitutto un riconoscimento del lavoro svolto in questi anni a servizio di tutti i pellegrini in visita. Come conferma monsignor Dolcini: «La scelta del Vescovo è legata all’impegno profuso nell’accompagnare il cammino dei fedeli che vengono a Sotto il Monte per motivi devozionali. L’80% dei partecipanti alle celebrazioni liturgiche viene da fuori, ed è per noi importante offrire un’accoglienza totale; dalla presenza costante di confessori, alla cura di ogni messa dal punto di vista musicale, dalla proposta di canto, alle selezioni dei lettori. In buona sostanza, un’attenta cura verso l’intera regia celebrativa». L’aspetto fondamentale, secondo monsignor Dolcini, è riuscire a coniugare alla visita devozionale dei luoghi legati alla figura di San Giovanni, tutte quelle proposte liturgiche che aiutano a vivere bene il pellegrinaggio.

L’elevazione del complesso parrocchiale, dunque, non è affatto un punto d’arrivo, semmai rappresenta una tappa di un percorso molto attento al rispetto del territorio. Un impegno quotidiano, affinché i pellegrini possano giovare di una proposta di fede “alta”. Monsignor Dolcini è convinto che, sebbene la comunità ecclesiastica debba compiere uno sforzo per offrire ai pellegrini un servizio curato e attento, tutte le forme di devozione meritino rispetto in quanto manifestazione di un’urgenza: «Quando noi parliamo di devozione magari qualcuno arriccia un po’ il naso, no? Perché magari, appunto, si pensa sempre ad alcune forme un po’ estreme. Alcuni hanno la tendenza a legare la devozione ad un certo paganesimo, ma io dico: la devozione fa parte della vita di un fedele. Una relazione con un’alterità è sempre espressa in forme diverse, non soltanto attraverso il segno della liturgia eucaristica, spesso addirittura si accende di coloriture sinonimo di una cultura o di un territorio. Il mio pensiero e i nostri sforzi in quanto comunità parrocchiale sono quelli di evitare forme che cadano nel basso devozionismo».

Offrire una guida nel cammino devozionale significa anche riconoscere la sacralità di certi luoghi; una responsabilità non certo semplice, talvolta in grado di generare qualche incomprensione. «All’interno della chiesa parrocchiale non abbiamo voluto immagini di Papa Giovanni. Tanti mi hanno chiesto: perché?>> Spiega monsignor Dolcini: «Il motivo è semplice: questo è il luogo della celebrazione, è il luogo dove al centro c’è Gesù Cristo. Punto. Prendiamo invece in considerazione gli ex voto, l’espressione delle richieste dei fedeli; prima erano disordinatamente accatastati all’interno della cripta, ora sono stati raccolti all’esterno, in un luogo a loro dedicato. Anche in questo caso era importante che la cripta restasse un luogo di meditazione. Al suo interno c’è solo il crocefisso; un Santo che guarda il crocefisso e basta».

Lo stesso Papa Francesco, in un accorato appello, ricorda quanto sia concreto il rischio che la devozione distolga dal primato di Cristo e del Vangelo: «Un comandamento è valido se viene da Gesù. Di cristiani senza Cristo ce ne sono tanti, come quelli «che cercano soltanto devozioni, tante devozioni, ma Gesù non c’è. E allora ti manca qualcosa, fratello! Ti manca Gesù. Se le tue devozioni ti portano a Gesù, allora va bene. Ma se rimani lì, allora qualcosa non va».  Monsignor Dolcini è convinto che le forme di devozione assumano un valore speciale se diventano atto di condivisione; esse si trasformano in un modo per riconoscersi in chi affronta un cammino comune: «La mia fede è fede con gli altri, perché insieme a me ci sono altri che soffrono, altri che chiedono, altri che ringraziano; questo è il dinamismo della messa della Domenica. Perché se io non condivido la mia fede con gli altri, rischio che la mia fede vada alla deriva. Pregare insieme diventa un modo per non dissipare il sentimento e il gesto devozionale diventa così di tutti».

Nei cammini di pellegrinaggio, l’affezione, il trasporto che si sviluppa nei confronti del Santo, spesso rischia di mettere in secondo piano il messaggio originale di cui si è fatto portatore. Non basta affidare a San Giovanni una richiesta, un voto, un aiuto, bisogna innanzitutto essere pronti ad accogliere le risposte che ha saputo darci con l’esempio mentre ancora era in vita. L’invito di monsignor Dolcini è molto semplice: «Spesso si viene a chiedere un sostegno a Papa Giovanni di fronte a particolari bisogni, o momenti di difficoltà, ma raramente ci si ferma a riflette su cosa Giovanni XXIII ha da dirci per superare queste fasi di scoramento. Perché è possibile che, ad esempio, si venga a Sotto Il Monte per chiedere un aiuto di fronte ad una malattia… E quando si torna a casa e la malattia rimane si potrebbe giungere a conclusioni sbagliate: non ho per caso pregato bene? Il Santo non mi ha ascoltato? No. Non è così. Il Santo ti dice guarda che alla fine ciò che importa è fra te e Gesù Cristo e che tu riesca a vivere anche questo momento particolare della vita dentro l’agire del Vangelo. Questo per me è allora la Devozione».

Una delle novità più apprezzate dai pellegrini di Sotto il Monte è quella di trasformare la richiesta devozionale in un gesto sobrio e privo di eccessi. Durante riti collettivi è possibile apporre una piccola calamita, sui pilastri presenti all’interno del giardino della pace. Sopra di essa vengono incisi i propri pensieri o una dedica. «Vuoi scrivere una preghiera, un ringraziamento, vuoi lasciare un ricordo del tuo passaggio? Lo scrivi su questa calamita e allora diventa un gesto bello no? Perché questo lungo cammino, con le putrelle che rappresenta il cammino della Chiesa viene arricchito dalla tua preghiera e diventa un libro aperto. La devozione non è solo per te ma diventa anche preghiera per i miei fratelli che verranno dopo di me, perché leggendolo siano ispirati dalla mia fede e dalla mia devozione».